La Fiera Internazionale di Tripoli
La storia della Brasilia libanese
Nel Libano settentrionale, novanta chilometri a nord di Beirut, lontano dai moderni complessi commerciali e abitativi della capitale, sorti durante la speculazione edilizia postbellica, sorge la seconda città più popolosa del paese: Tripoli.
Come praticamente tutte le più importanti città libanesi, Tripoli si affaccia su un porto, il porto di El Mina.
Tra El Mina e il centro cittadino si estende, delimitata da una strada ellittica e da una cinta in muratura, la Fiera Internazionale Rachid Karami: un parco di circa 70 ettari in cui la natura si mescola ad enormi costruzioni in cemento armato: cupole, torri, palazzi, monumenti.
Visitare la fiera ai nostri giorni significa immergersi in uno spazio in cui la natura si è impossessata nuovamente degli spazi che le erano stati sottratti a causa della mano dell’uomo. Sembra, e per molti versi questa metafora rispecchia la realtà, di entrare in un mondo post-apocalittico, in cui il progresso della civiltà umana sia stato cancellato dall’avvento di una catastrofe. A rimanere sono il silenzio e le foglie che si arrampicano sulle mura di cemento imbrattate da scritte e graffiti.
Eppure, se scorriamo la scintillante lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, accanto alle turboattrazioni europee, troviamo anche la Fiera Internazionale Rachid Karami di Tripoli.

Per capire le ragioni del meritato ingresso della fiera all’interno della lista UNESCO dei patrimoni dell’umanità è necessario fare un passo indietro (anche più di uno), e spostarsi di migliaia di chilometri, nel continente sudamericano, più precisamente in Brasile.
Nell’aprile 1960 il Brasile sposta ufficialmente la sua capitale da Rio de Janeiro a Brasília, ad oltre 1.000 chilometri di distanza. La particolarità di Brasília sta nel fatto di essere una città costruita precisamente per essere il centro amministrativo del paese. Prima del 1956 Brasília non esisteva. Questo significa che i pianificatori urbani della capitale hanno la possibilità di creare da zero la città, cercando al contempo di trasmettere alla capitale uno stile architettonico urbano ben preciso.
Tra i capi della progettazione della città c’è l’architetto brasiliano Oscar Niemeyer, che decide di abbandonare l’Europa come modello d’ispirazione e di donare alla capitale un tratto autoctono, che gli studiosi di architettura hanno definito «modernismo tropicale». Al di là dell’applicazione concreta di questo stile, il messaggio del modernismo tropicale è semplice: anche le città del Sud del mondo possono essere simbolo di modernità e aspirazione, senza tendere al vecchio mondo.
Ma come colleghiamo Brasília e Niemeyer al Libano e precisamente a Tripoli? Nel 1958 il Libano cade in una prima e breve guerra civile. Tripoli è uno dei centri dell’insurrezione contro il presidente della Repubblica Camille Chamoun. A guidare l’insurrezione di Tripoli c’è un giovane notabile che risponde al nome di Rashid Karami, destinato a diventare primo ministro del paese per 13 anni.
Karami e gli insorti denunciano, tra le altre cose, degli squilibri tra Beirut, il maggiore centro del paese, e il resto del Libano.
La crisi del 1958 si risolve con l’elezione alla presidenza del comandante delle forze armate Fouad Chehab. Come Karami, anche Chamoun crede che le tensioni si possano allentare aumentando la qualità della vita della periferia del paese. Per questo motivo, nel 1960 viene approvato un piano di finanziamenti per Tripoli. Nel piano è prevista la realizzazione di una «fiera internazionale permanente».
L’intenzione del progetto è estremamente ambiziosa e viene ingaggiato come architetto proprio Oscar Niemeyer, il visionario di Brasília. La speranza è quella che Niemeyer faccia per il Libano qualcosa di simile a quanto fatto in Sudamerica, dando a un paese da poco uscito dalla dominazione coloniale e ancora alla ricerca di una precisa identità nazionale un luogo in cui tutti possano riconoscersi.

Il progetto iniziale della Fiera di Tripoli prevede la costruzione di un intero quartiere residenziale, con abitazioni, servizi, spazi commerciali, centri sportivi e di svago. I soldi però scarseggiano e alla fine si decide di realizzare solamente un prototipo di edilizia collettiva, da affiancare al nucleo espositivo.
Niemeyer disegna la fiera concentrandosi all’interno di un parco ellittico fortemente ispirato dal suo modernismo tropicale. Gli edifici sono immersi tra vasche d’acqua e grandi alberi. Tutto il parco è circondato da una pensilina, sotto la quale ogni paese avrebbe potuto installare il suo padiglione espositivo. Viene infine creata una serie di spazi comuni per tutti i visitatori: un teatro sperimentale a forma di cupola e uno all’aperto, un museo, una piramide con la pianta a stella, una torre dell’acqua e un grande arco cerimoniale, che riprende in tutto e per tutto il grande arco mai realizzato dell’esposizione universale di Roma del 1942 e successivamente realizzato a St. Louis, negli Stati Uniti.
Viene anche realizzato il primo padiglione nazionale, quello libanese: un edificio quadrato circondato da portici di archi a sesto acuto, che riprendono le dimore tradizionali del paese.

I lavori della fiera partono all’inizio degli anni Sessanta ma procedono molto lentamente a causa di una serie di ritardi burocratici e cambi di governo, due problemi cronici del paese.
A metà degli anni Settanta i lavori sono quasi conclusi. Tutte le strutture sono state completate e anche gli interni sono stati arredati.
Nell’aprile del 1975 però il paese piomba in una nuova guerra civile, che a differenza di quella del 1958 non si conclude in pochi mesi. La guerra del Libano diventerà una guerra regionale in cui rimarranno coinvolte, oltre alle fazioni nazionali, anche numerosi paesi stranieri tra cui Israele, la Siria, l’Iran, gli Stati Uniti, la Francia e l’Italia.
Il conflitto distrugge letteralmente l’intero paese e si conclude solamente tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta.
Durante i combattimenti, la fiera di Tripoli viene occupata prima da formazioni armate palestinesi e poi dall’esercito siriano, che vi installa una propria base. Al posto dei padiglioni vengono parcheggiati carri armati, artiglieria e munizioni e per anni l’accesso è consentito solo al personale militare.
Tripoli diventa negli anni Ottanta uno dei teatri più violenti della guerra, prima con l’assedio del 1983, quando le fazioni palestinesi sostenute dal governo siriano costringono Yasser Arafat, il capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), a lasciare il Libano, e poi con lo scontro tra l’esercito siriano e il movimento islamista del Tawhid. Nel 1987, Rashid Karami, lo stesso notabile di Tripoli che più di trent’anni prima aveva guidato l’insurrezione della città prima di diventare primo ministro del paese, rimane ucciso in un attentato mentre si sta spostando a Beirut in elicottero. Al termine del conflitto il parco della fiera prenderà il suo nome.

Il ritorno della pace nel paese non riesce però a restituire alla fiera la sua funzione, anzi. La ricostruzione praticamente totale del paese provoca lo scoppio di una speculazione finanziaria che ridefinisce totalmente lo skyline di numerose città del paese. Beirut, con i suoi grattacieli, inizia ad assumere i contorni di una metropoli moderna. Gli abusi edilizi, uniti ad una mancanza di regolamentazione in materia, portano spesso alla distruzione parziale o completa di monumenti storici per far posto ai nuovi edifici.
Nel 2000, il prototipo di edilizia collettiva costruito a fianco del nucleo espositivo della fiera viene trasformato in un hotel di catena, con interventi che cancellano quasi del tutto il disegno originale. Nel 2001 si tenta addirittura di trasformare la parte meridionale della fiera in un parco a tema.
Nel 2006 il rischio che la fiera sparisca spinge il World Monuments Fund ad inserirla tra i cento siti più minacciati del mondo.
A proteggere la fiera dalla speculazione ci pensa la società civile di Tripoli, che per anni conduce una campagna per il riconoscimento internazionale del complesso e arriva a promuovere un gemellaggio tra Tripoli e Brasília.
Dopo anni di sensibilizzazione, nel 2018 l’UNESCO iscrive la fiera nella lista propositiva del patrimonio mondiale, e, mediante la Getty Foundation, le viene assegnata una donazione di 225.000 dollari per finanziare un piano di conservazione e gestione.
Nello stesso anno, altri finanziamenti portano al restauro di alcuni edifici, ma con lo scoppio della crisi del 2019, che getta il paese nuovamente nel caos, la fiera viene ancora una volta abbandonata dalla vita politica.
Nel 2022, con il Libano economicamente in default finanziario, il parlamento riesce ad approvare una legge di riorganizzazione della fiera, che ne tutela legalmente per la prima volta la conservazione. Poco dopo il governo presenta all’UNESCO una candidatura d’urgenza della fiera. Il 25 gennaio 2023, la fiera viene iscritta nella lista dei patrimoni dell’umanità e nello stesso momento in quella dei patrimoni dell’umanità in pericolo.
L’UNESCO riconosce nel complesso uno degli esempi più rappresentativi dell’architettura moderna del Novecento negli Stati arabi e un caso eccezionale di scambio culturale tra il modernismo brasiliano e il Vicino Oriente. Allo stesso tempo avverte che la sua integrità è estremamente vulnerabile: quasi tutti gli edifici versano in uno stato di abbandono totale e soffrono di gravi problemi di stabilità a causa della corrosione delle armature in acciaio e dell’invecchiamento del calcestruzzo.
Nonostante l’inserimento nella lista UNESCO, i miglioramenti tardano ad arrivare, anche a causa della situazione economica del paese. Lo scoppio di un nuovo conflitto regionale, in cui il Libano è rimasto estremamente coinvolto, ha reso per il momento praticamente nulle le possibilità di ridare vita alla Fiera di Tripoli.
