La triste storia degli abitanti del Golan
La vita in un non luogo
“Tootard” in arabo significa fragola. Tootard è anche il nome che Hasan e Rami Nakhleh scelsero per la propria band. Hasan e Rami sono di Majdal Shams, il più grande villaggio del Golan Occupato. Nel 2010 i Tootard iniziano a suonare cover reggae nei pochi locali che il Golan può offrire. Dopo aver girato il Golan vengono invitati nei Territori palestinesi. “Mountain rock reggae” è lo stile che secondo i fratelli Nakhleh descrive meglio i loro brani; una miscela di blues desertico tuareg, rock psichedelico, ritmi caraibici e musica araba classica.
Nel 2017 il successo dei Tootard raggiunge anche l’Europa. La band firma un contratto con l’etichetta tedesca Glitterbeat e pubblica con quest’ultima l’album “Laissez Passer”, lasciapassare. Nel brano che dà il titolo al disco, la band canta:
“I do not exist on the ID card
A string and a piece of wood are my gunpowder
Without a nationality, without borders
And if you ask me I would say I play the oud”
“(Non esisto nei documenti di identità
Una corda e un pezzo di legno sono la mia polvere da sparo
Senza nazionalità, senza confini,
E se me la chiedessi (la nazionalità, ndr) io ti direi che suono l’oud”

Per un abitante del Golan che desideri viaggiare, il lasciapassare è tutto e niente. È un documento rilasciato dallo stato di Israele che consente, certamente non senza difficoltà, di poter viaggiare all’estero. Nel documento è presente una casella che riporta la nazionalità del proprietario: indefinita.
La nazionalità dei millenari abitanti del Golan diventa indefinita durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Dopo aver attaccato il Sinai durante i primi quattro giorni del conflitto, l’esercito israeliano muove i propri uomini e mezzi verso la Siria meridionale e tra il 9 e il 10 giugno 1967 occupa una porzione di territorio di 1.200 km2, le Alture del Golan appunto.
Al momento dell’occupazione nel Golan vivono circa 140.000 siriani. Drusi, alawiti, circassi e cristiani sono molto presenti nel territorio. Per secoli, infatti, le alture della Siria e del Libano erano state un rifugio perfetto per le minoranze della regione. L’agricoltura è la principale fonte di sussistenza nella regione e attorno al capoluogo, Quneitra, si contano oltre 300 piccoli villaggi e fattorie.
Quando le truppe israeliane occupano il Golan, oltre 130.000 residenti fuggono durante i combattimenti o sono costretti ad andarsene. Da quel momento il ritorno per chiunque fosse fuggito o espulso verrà impedito dalle forze di occupazione. Rapidamente i villaggi siriani lasciati incustoditi vengono demoliti per far posto agli insediamenti illegali israeliani del territorio.
Dei 300 villaggi che circondavano il capoluogo Quneitra, raso completamente al suolo nel 1974, ne restano oggi solo cinque, raccolti ai piedi del monte Hermon: Majdal Shams (11.200 abitanti), Buq’ata (6.900 abitanti), Mas’ade (4.200 abitanti), Ein Qiniyye (2.400 abitanti), e il villaggio alawita di Ghajar (2.700 abitanti).
Accanto agli abitanti del Golan vivono in modo illegale oltre trentamila coloni israeliani, in un arcipelago di colonie che continua ad espandersi a macchia d’olio nel territorio. Nel 2024 il governo israeliano ha varato un piano da oltre undici milioni di euro per raddoppiare la popolazione delle colonie. L’aumento della popolazione delle colonie porterà sicuramente ad una disparità nell’accesso alle risorse primarie ancora più accentuata. Come già per gli abitanti autoctoni della regione, anche per i coloni lo sfruttamento delle risorse agricole rappresenta la principale fonte di ricchezza. Rigogliosi vigneti e frutteti, cantine vinicole premiate e lussuose aziende agrituristiche solcano il paesaggio coloniale del Golan. A garanzia della floridità degli insediamenti e delle aziende coloniali c’è un uso smodato dell’acqua, a cui i coloni hanno accesso in quantità almeno cinque volte superiori di quelle assegnate ai nativi. L’accesso all’acqua viene garantito ai coloni mediante lo sfruttamento del lago vulcanico di Mas’ade che, a causa del pompaggio smodato esercitato da Israele, raccoglie oggi circa un terzo della capienza originaria.

La condizione subalterna a cui sono sottoposti gli abitanti del Golan viene ricordata ogni 14 febbraio durante la giornata dello “sciopero della dignità”, che ricorda il periodo di lotta non violenta che seguì l’incorporazione del Golan nei territori israeliani.
Nel 1981, infatti, la Knesset, il parlamento israeliano decide di annettere unilateralmente le alture del Golan all’interno dello Stato, violando esplicitamente le norme internazionali che regolano il diritto nei territori occupati.
All’annessione segue per gli abitanti l’imposizione della condizione di residente permanente in Israele, uno status che non permette l’accesso ad alcuni diritti basilari, tra cui il diritto di voto durante le elezioni parlamentari e l’ottenimento di un passaporto, che viene sostituito con un lasciapassare.
Questa condizione rende gli abitanti del Golan apolidi di fatto. Per Israele la loro nazionalità è indefinita e la Siria, da sempre patria naturale per i residenti del Golan, non è in grado di garantire alcun diritto data la condizione di occupazione in cui si trova il territorio.

Come molte storie del ‘900 anche la storia del Golan è una storia di divisione interna. Negli stessi anni in cui a Berlino, il cuore della guerra fredda, si consolida la divisione della popolazione cittadina, anche nel Golan occupato i rapporti familiari vengono spezzati dalle recinzioni.
All’estremità orientale del villaggio di Majdal Shams, il più a nord del territorio, c’è un rilievo montuoso chiamato dai locali “Tal al-Sayhat”, la collina delle grida. Saliti in cima alla collina la vista deve scavalcare due recinzioni che delimitano una striscia di terra di qualche centiniao di metri, il cui accesso è interdetto dai caschi blu delle Nazioni Unite. Oltre questa “buffer zone”, più a est, c’è la Siria. Da decenni questi pochi chilometri di terra dividono famiglie e amici, madri e figli, mogli e mariti. Prima dell’avvento del telefono cellulare, la collina delle grida è stata il punto in cui le famiglie del Golan salivano, armate di megafoni, per comunicare agli affetti residenti in Siria nascite e morti, fidanzamenti e matrimoni, o semplicemente per ricordare che in quel non luogo esisteva ancora qualcuno.
